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Il suono argentino di scalpelli e martelline che accompagnava chiunque giungesse a Castellavazzo era prodotto da nutrite file di scalpellini, che con le nocche callose e con l’iride offesa dalle schegge, sapevano con maestria strappare dalla montagna ingenti quantità di pietra per trasformarla in aggraziate forme.

Sopra ai cors e nelle boteghe si sono alternate intere generazioni di abili artigiani, non c’è famiglia di Castellavazzo che non annoveri nella propria genealogia  qualche taiapiere o scarpelin.

 



In questa zona della montagna veneta, caratterizzata da una congiuntura misera, la pietra, almeno fino a quando non è stata soppiantata dal cemento, ha rappresentato l’unica verosimile fonte di sostentamento, di emancipazione, sia sociale che economica.

Che l’attività estrattiva abbia costituito un importante aspetto economico per queste zone, e che successivamente vi sia stato un allontanamento a causa delle mutate esigenze economico-sociali, lo si evince da una veloce mappatura delle cave all’interno del  territorio comunale, dove se ne contano ben 14 delle quali una soltanto a tutt’oggi ancora attiva.

Le famiglie infatti incrementavano le entrate sfruttando, per bisogni personali, piccole zone di cava affidate in concessione del proprietario.

Nessuno però, sia per mezzo di ricordi diretti che per fonte documentale, ha mai riportato di arricchimenti legati a queste attività.



Durante la stagione estiva le donne e gli anziani di dedicavano alla coltivazione degii spossati campi, accudivano il bestiame e si occupavano della fienagione, mentre gli uomini, nel pieno delle loro forze, andavano in cava e traevano le pietre dalle quali sarebbero poi nati i manufatti.

Il lavoro in cava era duro e pericoloso, i bambini lo intraprendevano portando le attrezzature al padre e soddisfacendo le mansioni complementari che solitamente venivano affidate proprio ai boce, che scrutando e memorizzando con l’occhio attento e vispo apprendevano i trucchi del mestiere.

Pur apparendo come un’operazione sgraziata e contraddistinta da un basso livello formativo, l’attività di estrazione esigeva invece, oltre che ad un’adeguata prestanza fisica, una raffinata manualità abbinata ad un’ottima conoscenza litologica, pena il distacco di blocchi non corrispondenti alle esigenze o totalmente inservibili.



Tutta l’attività, come d’altro canto l’esistenza stessa, era basata al perseguimento del massimo risparmio, le condizioni contingenti d’altro canto non permettevano molte distrazioni.

Gli scalpellini venivano promossi a tale mansione solamente quando l’abilità professata aveva raggiunto alti livelli di operatività, frutto di un percorso composto più da esperienze personali che di benevoli precetti, nella naturale logica atta a evitare la qualificazione della concorrenza.

I pezzi venivano portati nella bottega dove da una sagoma informe, grazie anche ad una preliminare fase di studio, venivano trasformati in quanto preteso dalla committenza.

I fisici di queste persone, sottoposti per anni a sollecitazioni al limite del disumano, venivano minati delle loro funzionalità precocemente, e dove non venivano menomati da eventi traumatici, erano condotti, spesso anche alla tomba, a causa delle polveri e di altre infime aggressioni.



La loro universalmente riconosciuta abilità e l’estrema ristrettezza delle condizioni di vita, li portò a conoscere il fenomeno dell’emigrazione, dove spesso venivano accompagnati da tutto il nucleo familiare.

In alcuni casi, anche grazie alla riconosciuta bontà del loro lavoro, le famiglie optarono per stabilirsi definitivamente nelle località estere di lavoro, dando luogo a nostalgici contatti dei quali siamo a tutt’oggi testimoni.

Gli scalpellini di Castellavazzo seppero dare ampie dimostrazioni della loro bravura non solo nel contesto europeo, grazie al fatto che le loro capacità permettevano di offrire un prodotto completo, dall’estrazione in cava alla consegna del manufatto ultimato.

Ai più bravi cavatori e scalpellini venivano commissionati lavori sia da Amministrazioni Pubbliche sia da Comunità Religiose, non certo distinte da un facile appagamento.

Tra le loro opere più rappresentative, vi sono le grandi realizzazioni situate tra  Piazza del Duomo, delle Erbe, e Santo Stefano a Belluno, il campanile e l’Ossario di Cortina, gli elementi di arricchimento del Palazzo della Magnifica Comunità a Pieve di Cadore, il Duomo di Treviso , il Duomo ed il campanile di Castelfranco Veneto, e tantissimi altri che compongono un indistruttibile monumento alla loro attività.



Le loro conoscenze sconfinavano anche nel campo della metallurgia, in quanto era di fondamentale importanza la realizzazione e l’ottimizzazione dei ferri del mestiere.

La valenza raffinata delle loro realizzazioni, spesso intrisa di significati aulici e di sopraffina interpretazione, denotava una profonda conoscenza delle tematiche artistiche, al raggiungimento delle quali venivano specificatamente dedicati momenti di studio e approfondimento.

Il giornalista Guerrieri, nel 1867 si chiedeva dalle pagine della "Voce delle Alpi", l’opportunità di aprire a Castellavazzo una scuola d'arte e di disegno, onde potenziare le capacità professionali dei giovani del luogo; la copia di tale articolo è ancora conservata presso la Biblioteca Civica di Belluno.

Al fine di tutelare i propri interessi, sono sorte in più occasioni e in modi diversi delle compagnie, che possedevano un più compatto potere sindacale e  costituivano una migliore offensiva in risposta delle richieste del mercato.

Non era rado, quando il clima faceva presagire un’imminente e forzosa riduzione delle estrattiva, scorgere i lavoratori impegnati fino a tarda sera fintantoché c'era un po' di luce e, fino a quando il sopraggiungere dell'inverno, non faceva cessare le operazioni esterne.


Quando il clima impediva di proseguire le attività in cava, gli uomini si trasferivano nel bosco o si occupavano in altre attività, a volte rinchiudendosi nei laboratori affinando i semilavorati già predisposti.

Dal senso artistico di qualche artigiano sono nati anche mascheroni, che ancora abbelliscono alcune case di Castellavazzo, capitelli, acquasantiere ed altre opere d'arte, la pietra di Castellavazzo era molto richiesta anche fuori dalla nostra zona; i cavatori aumentarono di numero; verso la metà del 1870 erano circa 120 e percepivano una paga di due o tre lire al giorno, non molto se si pensa che nel 1892 il prezzo di un chilo di sale era di circa 35 centesimi e un "mastel" da latteria costava 1,50 lire (notizia ricavata da un libretto di resoconto del 1893).

L’arrivo dell’industrializzazione in Provincia di Belluno, che in questi luoghi è stata rappresentata dal cementificio della Cementi Marchino, ha decretato la fine dell’attività estrattiva a scopi architettonici, sostituita appunto da un nuova filosofia del costruire e di vita.


Mostra di bassorilievi di Giorgio Zoldan


 
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